Abbigliamento ed età

Dress Code - Teoria e Storia dell'Abbigliamento classico

Ludovico Fogliani

da Alseno, venerdì 30 ottobre 2020 alle ore 15:58:23

Buongiorno Gran Maestro, buongiorno Cavalieri delle 9 Porte, la ringrazio di ospitarmi in questo spazio prezioso e altamente istruttivo. 


L'interessantissimo esposto sui pantaloni jeans mi ha messo in testa una considerazione molto pertinente sul vestire e l'età. Lo avete voi sottolineato, legando le scelte di guardaroba agli anni ed alla conseguente posizione nella società. L'esempio del quarantenne-cinquantenne, regolarmente padre di famiglia e responsabile, che stonerebbe in jeans (ma si può parlare anche di altri capi) ci pare naturale. Ma se lo stesso quarantenne non è sposato ed è single e playboy ? Potremmo incrociare anche i dati della professione e della sua residenza, forse. Sarebbe ancora più divertente e scopriremmo incastri difficili da codificare. Un avvocato fa le sue scelte, un meccanico di moto altre. Un uomo sposato e timorato di Dio ne fa di diverse da un avventuriero sciupafemmine e impavido. 


Siamo sicuri che l'età è così importante ? O forse ciò che determina il capo giusto è invece la personalità e come l'uomo vede il mondo ? 

Scelgo perchè sono o perchè devo essere ?


Grazie. Cordialità. 

 

 

 

 

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INVIO

Giancarlo Maresca

Egregio signor Fogliani,

benvenuto nella Cittadella. I suoi quattro interrogativi sono formalmente diversi, ma sostanzialmente fanno tutti riferimento alla rilevanza di storia e attitudine personale nella pertinenza o meno tra il singolo e un determinato capo o stile. Questioni di tale importanza non hanno una risposta univoca e definitiva. Non sono problemi che si risolvano conoscendo un procedimento, un teorema o una formula. Sono piuttosto miniere di diamanti da cui i minatori, da soli o in squadra, possono estrarre risposte di diversa limpidezza e peso secondo il livello di profondità cui scavano e la quantità di scorie che sono disposti a rimuovere per giungere alle pietre. Essi infatti sanno solo che esistono, non dove siano. Tali giacimenti non si esauriscono mai, possono essere solo abbandonati se per i diamanti non c’è più mercato. Scopo dei Laboratori attivi qui alla Cittadella è appunto tener desto l’interesse per gli aspetti estetici dell’esistenza, presupponendo che il Classico sia il sistema di pensiero e di valori che quelle pietre preziose abbia creato e seminato nel mondo. Tornando alle sue domande, sebbene siano collegate preferisco  affrontarle una per una per evitare di perderne le sfumature.

1 - L'esempio del quarantenne-cinquantenne, regolarmente padre di famiglia e responsabile, che stonerebbe in jeans (ma si può parlare anche di altri capi) ci pare naturale. Ma se lo stesso quarantenne non è sposato ed è single e playboy? Potremmo incrociare anche i dati della professione e della sua residenza, forse. Sarebbe ancora più divertente e scopriremmo incastri difficili da codificare.

Per i jeans, come per qualsiasi manufatto classico, bellezza, perfezione e valore intrinseco non servono a nulla se manca la pertinenza, ovvero l'ancoraggio a qualche realtà che renda denso e credibile un abbigliamento e la storia che racconta. Come lei ha già intuito i presupposti della pertinenza sono molteplici, addirittura innumerevoli come non numerabili dovrebbero essere gli uomini. Poiché definizioni e generalizzazioni sono più efficaci strumenti dei minatori di cui sopra, a scopo di ricerca dobbiamo suddividere i dati rilevanti nella pertinenza in soggettivi e collettivi. Tra i soggettivi (o interni) contano in modo particolare l'età, la posizione, la cultura, la storia personale, il carattere, le intenzioni e l'umore. Tra i collettivi (o esterni) la stagione, le condizioni del tempo, il contesto sociale, l'ambiente architettonico, il luogo geografico, gli scopi dell'eventuale riunione e le legittime aspettative dell'eventuale ospite. I dati interni sono una proprietà intellettuale di ciascuno e pertanto possono essere ragionevolmente artefatti per migliorare la narrazione, vero e ultimo scopo dell’abbigliamento classico.  Ribadisco che di se stessi è lecito presentare una versione un po’ più eroica, non un cumulo di bugie. Mentire è segno di insipienza e non porta lontano, anche in senso materiale. Accessori chiaramente inadeguati alle proprie conoscenze e possibilità sono biglietti falsi, che fanno spesso in modo che chi li presenti non sia più accettato a teatro. I dati esterni sono quasi sempre frutto di una lunga sedimentazione. Rappresentano il patrimonio di una singola civiltà o dell’intera umanità, in ogni caso un valore sacro. Contravvenire ai principi suggeriti dai presupposti collettivi è una sfida da esploratori, quali sono stati tutti i grandi eleganti. Bisogna solo sapere che quando si parte alla ricerca dell'Eldorado occorre avere rispetto dei popoli che si incontreranno e conoscenza delle loro usanze, altrimenti si finisce dritti dritti nel pentolone a far da minestra. Da tutto ciò emerge che l’uomo internamente legato o comunque compatibile con l’immaginario dei blue jeans, purché rispetti i principi esterni  potrà indossarli indipendentemente dall’età. Il problema è semmai che certe età comportano più facilmente di altre lo stazionamento in aree in cui i jeans sono inopportuni, se non blasfemi.

2 - Siamo sicuri che l'età è così importante?

Noi ne siamo sicuri, e possiamo motivare tanto la nostra certezza quanto i dubbi che in merito si sono diffusi. I Cavalieri sono infatti convinti che il tempo sia interno e non esterno a cose, avvenimenti e persone. E’ un loro fattore costitutivo, un ingrediente che esiste necessariamente in ogni fenomeno e non è possibile separare da esso. Tutto cambia, e se ciò accade è perché in tutto c’è il tempo. Fuori dall’Ordine e da quanti altri facciano riferimento al sapere tradizionale, si è affermato il valore del “tempo reale”, locuzione gravida di presupposti e conseguenze. Dire del tempo che può essere reale significa letteralmente attribuirgli natura di res, ovvero di cosa che in quanto tale può essere separata dalle altre, che a loro volta possono esistere al di fuori e senza di esso. Il perseguimento di una gioventù eterna, peraltro indefinita se non attraverso simboli puramente esteriori come può essere anche un jeans, è direttamente collegata a questa erronea credenza. Noi non la combattiamo, ne sorridiamo ben certi che il tempo lavora su ciascuno a dispetto di palestre, diete, interventi chirurgici, braccialetti, tatuaggi e jeans. La conclusione è che l’età è importante non perché travalichi e sostituisca altre connotazioni personali come aspirazioni, esperienze e conoscenze, come lei sembra pensare che noi si pensi, ma proprio perché ne fa parte integrante e irrinunciabile.

3 - O forse ciò che determina il capo giusto è invece la personalità e come l'uomo vede il mondo?

Alla luce delle risposte ai punti nn. 1 e 2, quella al n.3 sgorga di conseguenza senza ulteriori scavi. Sulla correttezza o meno di un capo influiscono senz’altro la personalità, la visione del mondo e gli altri fattori personali cui fa riferimento, solo che tra questi figura anche l’età. Quest’ultima è compenetrata con quelli che abbiamo definito dati soggettivi, non disgiunta da essi da un “invece”. Bisogna altresì tener presente che nel giudizio di pertinenza intervengono anche sacri vincoli con l’esterno inteso come contesto cosmico, storico, fisico e umano. Il classico è obbedienza almeno quanto è libertà. Il suo progetto di vita risulta imbattibile proprio perché è compatibile con entrambe, rivelando in tal modo l’adesione profonda alla nostra natura molteplice, in cui la contraddizione è condizione naturale.

4 - Scelgo perché sono o perché devo essere?

Compatibilmente con le possibilità economiche e culturali, all’inizio del percorso scegliamo quello che esprime ciò che crediamo di essere, di essere stati o voler essere agli occhi degli altri. Alla fine, chi ci arriva sceglierà quanto esprima quello in cui crede, che poi significa quello che è.

Abbiamo visto come un capo che non si addica alla persona che lo indossa o al contesto dove viene indossato ci appaia sbagliato, che è un modo colto per dire brutto. Dunque l’abito è giudicabile di per se stesso solo per materiali e fattura, che rispondono a parametri di qualità di più o meno assoluti. L’effetto che produce resta invece sempre relativo, perché dipende da fattori oggettivi e soggettivi indipendenti dal capo stesso. Non è infrequente vedere ottimi abiti apparire insulsi. Pensiamo a Piero Chiambretti, che pur indossando giacche impeccabili risulta sempre un giullare, mentre giullari come Chaplin hanno reso deliziosi degli stracci. Ciò dimostra che ogni risultato estetico dipende dal soggetto che veste più che dal vestito. Orbene, nella disciplina che porta alla congruità estetica, ovvero alla manifestazione di un io che pur essendo unico appare universale per la perfetta coerenza tra interiorità ed esteriorità, si possono individuare due forze misteriose, emerse nel corso delle nostre pluridecennali ricerche.

Chiameremo la prima Intuitus Vestiendi. In diritto si dice stipulato intuitu personæ il negozio in cui i contraenti non siano fungibili, in quanto la volontà di contrarre dipende da loro relazioni di fiducia, stima, o affetto che possono essere estranee o contrarie alla convenienza economica. Intuitus viene da intueor, che vuol dire badare, considerare, guardare con attenzione. L’Intuitus vestiendi è quindi un rapporto privilegiato con l’abbigliamento, una spinta che non proviene dalla vanità e si traduce nella cura costante, nello sguardo sempre attento a valutare il modo in cui ci si presenta tenendo conto non tanto dei giudizi altrui, quanto di principi universali e personali che finiscono per costituire un codice strettamente individuale, ovvero uno stile. In sostanza è una sorta di senso morale, una coscienza che ci induce a rispettare i principi di cui sopra e, limitatamente all’abbigliamento, giudicare giuste o sbagliate e non solo belle o brutte le cose che facciamo o vediamo fare.

La seconda forza, legata alla prima come i muscoli all’arto che muovono, è l’animus vestiendi. In latino animus vuol dire spirito, mente, coscienza, stato d’animo, sentimento. L’animus vestiendi è dunque la spontanea tensione verso uno scopo che si vive in profondità e si esprime con mezzi estetici. Un uomo facoltoso e socialmente esperto che a una cerimonia indossi un pettinato luminoso, destinato al lavoro, non può che essere giudicato fuori centro. Un giovanotto che abbia solo quello, ma dentro di sé vorrebbe tanto che il tessuto fosse un po’ più spento perché coglie la sottile differenza, o che ad una prima teatrale vorrebbe che il suo abito blu fosse lo smoking che comprerà appena possibile, grazie all’umiltà e alla sensibilità finisce per apparire in tutt’altro modo. Possiamo dire che il solo conoscere l’abito corretto, aspirare ad averlo, rende quello scorretto una mancanza cui sentiamo di partecipare, non un errore o un orrore da cui spontaneamente ci dissociamo.

In conclusione, se l’intuitus vestiendi è comprensione e accettazione dell’importanza del linguaggio tradizionale del vestire, l’animus vestiendi è volontà di approfondirlo e utilizzarlo per esprimersi attraverso un’opera estetica propria, insomma un’energia che dona luce alle scelte giuste e sa dare calore anche a quelle che non appaiono tali. La combinazione delle due forze è ciò che spinge ad affrontare la formidabile impresa di costruire un guardaroba, che è una confessione, un testamento, una teoria cosmica, una via iniziatica, in fin dei conti il diario più pubblico e insieme il più segreto e personale possibile, perché scritto in codice.

Cavallerescamente
Giancarlo Maresca

da , martedì 10 novembre 2020 alle ore 04:10:24
INTERVENGA

 

 

 

 

 

 

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INVIO

Ludovico Fogliani

Egregio Gran Maestro,


risulta difficile anche solo tentare di scrivere una nota di ringraziamento dopo aver ricevuto una risposta come la sua. Mi aspettavo una replica lucida ma mai avrei pensato ad un trattato che sembra quasi spiegarci chi siamo e perché siamo così. C'è così tanto su cui riflettere nelle sue parole che come ho letto da altre parti qui, sarebbe opportuno stampare le vostre analisi per rileggerle con la dovuta calma. I miei complimenti. Mi godo le parole dedicate alla mia riflessione.

Riflessione che partì dal jeans e che quindi mi spinge ad una domanda che nasce sull'onda di questi oggetti di crinale e che trova giustificazione nella sua citazione : il braccialetto. Mi si perdono fin d'ora l'abbassamento. E' sempre bandito e di qualunque tipologia anche se sobrio e metallico ? Non va negato che ha una sua lunga storia ed è utilizzato fin dall'antichità nonché da molteplici personaggi che in molti hanno considerato campioni di eleganza. 

Io non lo uso, non l'ho mai usato. Cosa lo fa uscire dal concetto di eleganza ? Come dicevo prima, "è sempre un no" ?


Buon pomeriggio

L.Fogliani

da Alseno, mercoledì 11 novembre 2020 alle ore 17:20:06
INTERVENGA

 

 

 

 

 

 

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INVIO

Giancarlo Maresca

Egregio signor Fogliani,
il braccialetto cui si riferisce, quello che ha una sua collocazione all'interno dell'immaginazione maschile tradizionale, è testimonianza di un amore, di una fede o di un'identità. Non è abbigliamento né ornamento, svolge piuttosto lo stesso ruolo di un tatuaggio. Come tale è considerato parte della persona, perché rimuoverlo volontariamente è tabù. Si deve attendere che vada via da solo, solo allora potrà lasciare il posto ad altre storie. E a proposito di posto, nel nostro cuore quanti amori, fedi o identità possono occupare il primo, l'unico degno di essere esternato, nella storia personale di un uomo classico? Uno, uno solo. Un tatuaggio è per sempre, il che rende estremamente chiaro il suo messaggio: porto fuori ciò che porto dentro, i valori o gli affetti per cui morirei e coi quali morirò. La marcescenza della carne potrà cancellarlo dal corpo, ma un vero tatuaggio è inciso nell'anima e segue il destino di quest'ultima. Anche un vero braccialetto ha il suo peso, anche se molto minore in quanto oggetto esterno e non incarnato. E' legato a una fase della vita, non a ciò che la orienta in modo stabile e definitivo. Il gomitolo di braccialetti che vediamo frequentemente indossare è la traccia visibile di una pluralità di storie, incontri, amori e appartenenze, che però così numerosi e disordinati trasmettono una sensazione di confusione che non si concilia con l'ideale virile classico. Perline, pendenti, nastri e laccetti vengono esibiti per conferire a chi li sfoggia il fascino dell'uomo con un passato  misterioso e un presente ricco di tensione, in cui sta per avvenire qualcosa di importante. "Il conflitto tra tante memorie e storie attende forse di risolversi una volta per tutte e potresti essere tu a scioglierne i nodi. Diversamente, ti aggiungerai come un altro anello alla mia coda di crotalo". Tanto è ciò che vi si legge, tradotto dalla loro stessa lingua. Sono solo balle. L'impressione che ne ricavo io non è affatto quella dell'eroe conradiano. Non ci vedo un luminoso Jasper Allen e tanto meno un tenebroso Kurtz, solo un Pierino che ha vinto qualche ninnolo al tiro a segno del luna park.

 

Cavallerescamente
Giancarlo Maresca
da , sabato 14 novembre 2020 alle ore 13:32:37
INTERVENGA

 

 

 

 

 

 

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INVIO

Ludovico Fogliani

Egregio Gran Maestro,


tutto chiarissimo, come sempre. C'è uno spiraglio ma non è per tutti e tutto. 



Ho capito e la ringrazio ancora.




Buon lavoro qui e altrove.




L.Fogliani


da Alseno, lunedì 16 novembre 2020 alle ore 10:16:11

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