Per chi si veste ?

Sartoria - Dress Code - Teoria e Storia dell'Abbigliamento classico

Giulio Raineri

da Milano, martedì 7 novembre 2017 alle ore 11:25:39

Egregi, seguo le vicende di questa associazione con stima e interesse da tempo, sentendomi vicino per affinità e battaglie.

Sono molte le interrogazioni o le domande che un gentiluomo si trova innanzi nella sua vita, da piccole questioni a dubbi sui massimi sistemi. Ed il ragionare su di essi fa parte del vissuto esperienziale di ogni chiamato dall'eleganza.

Proprio questo fine settimana, con una mia cara amica, donna di notevole bellezza, eleganza e gusto, è nata una di queste riflessioni. La riassumo notevolmente.

Alla fin fine, per chi ci si veste ? Per chi si ricerca tutta questa eleganza ?

L'appassionato come noi credo risponderà prontamente : per me stesso, solo per me, per essere ciò in cui credo. Ed anch'io ho detto le stesse cose. Tuttavia il parlare sull'argomento con la piacevolissima Madame mi ha portato ad una conclusione un po' più profonda e inaspettata.

Superata la barriera dell'io, andando a fondo nella sensibilità, ella sostiene che ci si veste per piacere, agli altri. Un uomo come noi ricerca tutto questo per piacere e "sedurre" la donna (e anche gli uomini della stessa sensibilità); così come la donna alimenta la sua femminilità con tutti gli accessori/abbigliamento che amiamo per trovare lo sguardo, il gusto, il piacere dell'uomo e sfidare le altre donne.

Lei mi ha detto : mettiti su di un isola deserta. Solo. Totalmente solo. Sono certa che per settimane andrai avanti a vestire per come ti conosco ma dopo un po', tanto o poco che sia, starai in costume e maglia. Sempre. Non ci terrai più come adesso, non guarderai più quelle cose perché non vi sarà nessuno a guardarle.

Ho riflettuto...non sono stato in grado di darle torto.

Cosa ne pensate Voi ?


G.R.

 

 

 

 

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INVIO

Giovanni Martino

Egregio signor Raineri,

forse nell’isola deserta Lei non si adatterebbe a costume maglietta. Forse cercherebbe di conservare, anche nell’abbigliamento (ponendo che ciò Le sia possibile: stiamo parlando di una situazione immaginaria), i tratti della civiltà in cui si è forgiato il Suo carattere.
Ma certo l’assenza di altre persone inciderebbe sui Suoi comportamenti.

D’altronde, il contesto in cui ci troviamo influenza abitualmente le nostre scelte di abbigliamento (o almeno quelle di chi ama vestirsi, più che coprirsi). E per “contesto” intendiamo – com’è ovvio - non solo quello naturale, urbanistico, architettonico; ma anche e soprattutto quello umano.

In una memorabile - per chi ha avuto la fortuna di parteciparvi – edizione del Dress code tenutasi a Napoli lo scorso anno, il Gran Maestro ricordò come finanche nella fisica delle particelle – vale a dire nel campo delle scienze “esatte” - l’osservatore influenza le caratteristiche dell’oggetto dell’osservazione (anche se ciò non significa che la particella/onda non abbia una sua natura specifica, come vorrebbe un relativismo esasperato e in fondo nichilista).

A maggior ragione nell’abbigliamento, che è un linguaggio sociale, la presenza o meno di altre persone, le loro caratteristiche  -culturali, professionali, ecc. -, ci condizionano inevitabilmente. Senza che ciò significhi che ci determinano.
I condizionamenti avvengono non solo nel gioco della seduzione (su cui si è soffermata la Sua amica), ma anche nell’affermazione di uno status, di una personalità, ecc.

Il punto da mettere a fuoco è semmai il seguente: quale tipo di “condizionamento” è appropriato e rispettoso della nostra identità?
Il mio parere è che se l’abbigliamento è un linguaggio, col quale vogliamo comunicare qualcosa - di noi stessi, della nostra visione del rapporto con gli altri e con le situazioni che viviamo -, allora questo linguaggio deve trovare i termini più appropriati per non essere frainteso.

Bisogna a mio avviso evitare due eccessi.

Da un lato, la rigidità assoluta di chi dovesse pensare “mi propongo così a prescindere”. Questo è un linguaggio povero, che rischia di trasmettere un’immagine distorta di sé. O di esprimere un’insicurezza di fondo, la quale utilizza l’abbigliamento come stampella.

L’eccesso opposto è quello di chi subisce dall’ambiente – e dagli altri - un condizionamento totale, adattandosi passivamente: cerca non solo di piacere, ma di compiacere, rinunciando a comunicare se stesso. Il linguaggio, in questo caso, diventa falso. E l’identità della persona si rivela debole.

L’equilibrio dovrebbe essere quello di chi non rinuncia, in ogni occasione, a esprimere il rispetto per l’evento cui partecipa (che richiede appropriatezza), la fierezza delle proprie convinzioni, la forza dei valori della Tradizione, la fiducia negli ideali della Bellezza; come anche i proprî dubbi e le proprie aspirazioni.
Riuscendo però a trovare i “termini” giusti – nella declinazione di capi, tessuti, colori, accessori - per comunicare tutto ciò in maniera efficace, senza erigere barriere verso quanto lo circondano.

Oggi è più facile cedere in uno dei due eccessi, quello del lasciarsi condizionare totalmente, dell’adeguarsi alle mode e ai desiderata altrui (un po’ per comodità, un po’ per pavidità, un po’ per eccessiva vanità).

Resistere a questa tentazione significa esercitare la virtù tipicamente maschile della firmitas, che questa Cittadella cerca di custodire e alimentare. Forse non è un caso che la Sua amica, tanto acuta nel sottolineare l’importanza dei condizionamenti esterni, metta radicalmente in dubbio l’esercizio di questa virtù…
Una firmitas che deve in ogni caso essere viva, calata con “intelligenza” (capacità di intelligere) nelle situazioni concrete.

La ringrazio per lo spunto di riflessione, che forse qualcun altro vorrà ulteriormente sviluppare.

Giovanni Martino

da Roma, venerdì 24 novembre 2017 alle ore 23:27:11
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INVIO

Lorenzo Villa


Egregio Signor Raineri,


la sua attraente amica ha torto. La sua bella amica ha ragione.

Ciò che delinea è la rappresentazione del sé sociale, ovvero del nostro essere uomo in corrispondenza di un stimolo esterno. Tutta la nostra vita normale soggiace a questa dinamica e si esprime secondo posizioni di reciprocità.


“Il modo con il quale ci presentiamo in società è una rappresentazione di noi stessi, della nostra personalità, del gruppo a cui apparteniamo, dei nostri gusti estetici e della nostra visione del mondo. Nello scegliere il modo di vestire e di comportarci, ci adeguiamo a delle regole sociali, o le infrangiamo, ma siamo sempre, sia pure inconsciamente, in relazione con esse, e in questa relazione esprimiamo la nostra individualità” (cfr. Mario Dell’Olio, Il gentiluomo senza cappello, Ed. Leima, Palermo, 2015).


Ovviamente il vivere in un’isola diversa incide nella misura in cui la “società” muta, non importa se non presente. Si, lei indosserà la maglietta, abdicherà alla riga tagliente dei suoi pantaloni e alla nostra amata cravatta di seta. E’ inevitabile. E anche giusto: la vera eleganza non prescinde dall’adesione al contesto. Ma Lei rimane un uomo con un’individualità che è formata su di un equilibrio di storia e geografia, non la cancellerà più dalla sua carta di identità. Ecco che tutto d’un tratto, un giorno come tanti ma diverso come pochi, quella idilliaca spiaggia le starà un po’ strettina, e desidererà andare ad esplorare la “sua” isola deserta. Come il tenente John Dunbar inizierà a tirar fuori dal baule un completo di cotone - una sahariana forse - e controllare lo stato delle sue scarpe di cuoio. Si preparerà. E quando deciderà di partire per terre ignote ritroverà ciò che in realtà mai aveva abbandonato: il suo gusto. Che è misura del percorso della sua vita, invero filosofia stessa dell’essere. E porterà l’estetica dell’Uomo in un’isola che non è più deserta ma pregna di civiltà. E di “vestire”.

Cavallerescamente


L.V


da Parma, martedì 28 novembre 2017 alle ore 12:04:24
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INVIO

Giulio Raineri

Egregi Cav. Martino e Cav. Villa,


sono a dir poco sbalordito, come sempre d'altronde, del livello di riflessione e risposte che qui si riceve. Grazie e ancora grazie.

In particolar modo le illuminanti parole del Cav. Lorenzo Villa mi hanno fatto riflettere molto e ripercorrere mentalmente il mio percorso di vita e, di riflesso, il percorso che avrei in determinate situazioni. Egregio Villa lei è veramente fonte di ispirazione e modello di pensiero.

Non nascondo neanche che grazie alle vostre parole mi è rimasto il sorriso perché in esse ho trovato speranze, certezze e un credo fermo, il nostro amore quasi sacro per la forma e il bello.

Si, probabuilmente arriverebbe il giorno in cui anche in mezzo al deserto, abituato all'ambiente, ritornerò me stesso. Quel me stesso che fa attribuire forma al nostro essere esterno e che ci fa percorrere questo cammino elegante.


Grazie nuovamente. Questo luogo è magnifico.

Con stima.

da Milano, venerdì 1 dicembre 2017 alle ore 11:03:02
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