Lino su lino né sera né mattino

Tessuti - Teoria e Storia dell'Abbigliamento classico

Alberto Longo

da San Donato Milanese, sabato 18 febbraio 2017 alle ore 18:56:38

Il XV Dress Code recentemente consumatosi a Parma, Arte e disciplina dell'abbinamento, si è rivelato di qualità pari ai precedenti e cioè vertiginosa. La densa Lectio Magistralis e la dotta relazione del Guardiano Nocera sono stati i due poli tra i quali ritrovare latitudine e longitudine di ogni abbinamento, di ogni consonanza o dissonanza che ci permetta o ci vieti il vestire classico. Arduo ora anche solo l'elencare a grandi linee la profusione di soluzioni proposte ma la sensazione che ne è rimasta è quella, addirittura paradossale per l'opinione corrente, che da quegli anni ad oggi abbiamo assistito ad un melanconico impoverimento espressivo, un’inesorabile emorragia nel palinsesto espressivo del gentiluomo e dell’appassionato.

L'argomento, come si immagina, è di quelli inesauribili ma la nostra intenzione sarebbe ora di proporre ai volenterosi lettori qualche riflessione su di uno specifico abbinamento nel campo degli “spezzati” -o meglio- di un accostamento che “non s'ha da fare, né domani, né mai” e cioè quello di pantaloni di lino sotto una giacca della stessa fibra. Il metodo cavalleresco, il nostro metodo, rifugge dai diktat non motivati e perciò vedremo di argomentare il perché, anche secondo noi, il succitato accostamento non sia raccomandabile e perciò è evitato dall'Homo elegans anche in assenza di una regola scritta (come peraltro illustrato a Parma con esempi di principesca autorevolezza).

In un memorabile Gesso ancora recuperabile al Castello col N. 1212, il GM elencò già nel 2004 i principi che sottendono all’abbinamento di due capi:

Il principio che governa la combinazione tra tessuti implica la compatibilità quantitativa e qualitativa di tre parametri principali:
1-Peso
2-Lucentezza
3-Gradazione formale
A prescindere dalla validità nell’accostamento dei colori ed eventuali fantasie, sono tra loro compatibili tessuti anche diversi per materiale ed armatura, purché abbiano peso e lucentezza pari o simili e siano corrispondenti per utilizzo “sociale”.

L'enunciato necessita però, nel nostro caso, di essere considerato al suo opposto, come guardassimo il negativo di una lastra fotografica, cercando noi di capire perché i due tessuti “non” possano essere appaiati.

Cominciando dall’inizio, riteniamo che il bandolo della matassa sia, né potrebbe essere diversamente, nella lavorazione e nella disponibilità sul mercato della nobile fibra. Il lino acquistabile nella drapperia maschile ha infatti, con poche eccezioni, armatura a tela ed è tinto in pezza e ciò è così vero che se vi dicessi che per il prossimo autunno ho in programma un abito di lana mi chiedereste perplessi cosa intendo, autorizzati a pensare qualunque cosa stia fra un pettinato fine e un tweed o un bedford cord; ma se vi dicessi che per l'estate ho in cantiere un abito in lino probabilmente mi chiedereste solo di che colore sarà, dando per scontata la tela tinta in pezza. E ciò è ancor più sorprendente se consideriamo che questa straordinaria fibra accompagna la storia dell’uomo da oltre duemila anni (si vedano i Gessi N. 1514,1521 e 1529 del Magnifico Rettore De Paz), rivestendo il suo corpo e il suo ambiente di sobria eleganza in ogni occasione, il che ci autorizzerebbe a pensare che, nel tempo, avrebbe potuto adattarsi a molte armature e molti pesi; ma ciò si è verificato solo per l’uso diciamo così, ambientale, del filato (teleria, arredi etc.), mentre per l'abbigliamento maschile lo si ritrova pressoché esclusivamente in tela di color naturale o tinto in pezza e per capi estivi (e forse il M. R. De Paz saprebbe spiegarcene le ragioni) . E questo è il punto. E’ infatti la disponibilità della fibra praticamente in una sola armatura e in pesi e finiture molto simili dato l’impiego monostagionale che, abbastanza paradossalmente, ne controindica l’abbinamento negli spezzati, apparendoci questi tanto meglio combinati quanto più (resi compatibili peso, lucentezza e gradazione formale) il materiale, l’armatura e il colore siano differenti. Più si riducono questi elementi di diversità e più i tessuti finiscono per essere simili, rimandando l’impressione di un accostamento magari non propriamente sbagliato ma povero, di retroguardia. Questo, a mio avviso, è cio che accade col lino, in cui l’uniformità di lavorazione finisce per distinguere i tessuti praticamente solo per il colore e dunque frustra i tentativi di usarlo abbinato a un altro lino, bollandoli come miseri. Se a ciò aggiungiamo che la vocazione della nostra fibra declina inesorabilmente verso l’abito intero, sarà chiaro anche perché, giustapponendo giacca e pantaloni distinti solo nel colore, sortiremo l’effetto di voler congiungere ciò che resta di due completi spaiati, indizio ulteriore di limitata inventiva e propensione alla micragna.

A riprova di quanto detto aggiungerei una “prova del nove” che spero di essere riuscito a documentare fotograficamente: si tratta dell’accostamento nella prima di due tele di colore differente (con l’effetto abito spaiato):